Parlare di KPI ESG senza chiarire a quale scopo servono è come costruire un cruscotto senza sapere quale veicolo si sta guidando. Le metriche di sostenibilità non hanno un unico destinatario e non rispondo a un’unica logica. Questo è il punto che molte aziende trascurano, e che spiega perché sistemi di misurazione anche ben costruiti producono risultati deludenti tanto sul rating quanto sul bilancio.
I KPI ESG servono principalmente a due scopi distinti: migliorare il proprio ESG Rating o ESG Score, oppure alimentare il bilancio di sostenibilità redatto secondo gli standard GRI, VSME o ESRS. I set di metriche si sovrappongono parzialmente, ma le logiche di selezione, calcolo e comunicazione sono diverse. Questa guida analizza entrambi i percorsi, con le metriche specifiche per ciascuno e i criteri per costruire un sistema di KPI che funzioni in entrambi i contesti.
Cosa sono i KPI ESG e perché non bastano le buone intenzioni
Un KPI ESG, acronimo di Key Performance Indicator, è una metrica quantitativa che misura la performance di un’organizzazione su un tema ambientale, sociale o di governance specifico. Non è un obiettivo, non è una policy e non è una dichiarazione di intenti. È un numero, prodotto con un metodo definito, riferito a un perimetro preciso e a un periodo temporale determinato.
La distinzione sembra ovvia, ma nella pratica è spesso violata. Aziende che dichiarano di essere impegnate nella riduzione delle emissioni senza un KPI che misuri le emissioni attuali non stanno gestendo la sostenibilità: stanno comunicando aspirazioni. Le agenzie di rating leggono i numeri, non le intenzioni. I revisori che verificano il bilancio di sostenibilità valutano i dati, non i valori aziendali.
Un sistema di KPI ESG efficace non nasce da una lista generica di indicatori copiata da uno standard internazionale. Nasce dall’analisi di materialità specifica per il settore e per il modello di business dell’azienda, che identifica i temi su cui la performance ha il peso maggiore tanto per la valutazione esterna quanto per la gestione interna.
I KPI ESG per il rating ESG
Le agenzie di rating valutano le performance aziendali attraverso centinaia di indicatori, ma ne pesano di più alcuni rispetto ad altri in base alla materialità settoriale. Di seguito i KPI con maggiore impatto sul punteggio nelle principali metodologie di rating.
Emissioni di gas serra (GHG)
Le emissioni di CO₂ equivalente sono l’indicatore ambientale con il peso più alto in quasi tutte le metodologie. Si misurano in tre categorie, definite dal GHG Protocol:
Scope 1: emissioni dirette dai processi produttivi e dai veicoli aziendali, espresse in tonnellate di CO₂ equivalente (tCO₂e).
Scope 2: emissioni indirette legate all’energia elettrica acquistata, calcolate sia con il metodo location-based che con il metodo market-based. In Italia, il fattore di emissione per l’elettricità da rete è pari a 268 gCO₂e/kWh per il 2025.
Scope 3: emissioni della catena del valore, inclusi viaggi di lavoro, trasporti, fornitori e uso dei prodotti. Sono le più difficili da misurare ma sempre più rilevanti per le agenzie di rating e obbligatorie per le aziende soggette alla CSRD secondo lo standard ESRS E1.
Intensità energetica e quota di energia rinnovabile
L’intensità energetica misura i consumi in MWh per unità di fatturato o di produzione, ovvero quanta energia consuma l’azienda per generare un euro di valore. È il KPI che esprime l’efficienza energetica in modo comparabile tra aziende di dimensioni diverse. La percentuale di energia proveniente da fonti rinnovabili sul totale dei consumi è il secondo indicatore, particolarmente rilevante per i settori ad alta intensità energetica.
Tasso di infortuni sul lavoro (TRIR)
Il Total Recordable Incident Rate è calcolato come il numero di infortuni registrabili per ogni 200.000 ore lavorate. È la metrica sociale con il peso più alto in quasi tutte le metodologie di rating. Un TRIR elevato o un trend peggiorativo ha un impatto negativo immediato e significativo sul punteggio ESG. Si accompagna all’indicatore delle ore di formazione sulla sicurezza per dipendente all’anno.
Ore di formazione per dipendente
Misura l’investimento in sviluppo del capitale umano ed è richiesta da quasi tutti i provider di rating. Si esprime in ore medie di formazione per dipendente per anno, con possibilità di disaggregazione per categoria professionale.
Percentuale di donne in posizioni manageriali e nel board
È il KPI di diversità con maggiore peso nelle valutazioni sociali. Misura la quota di donne in posizioni di management e nel consiglio di amministrazione. Si affianca al gap salariale di genere, ovvero la differenza percentuale tra la retribuzione media degli uomini e quella delle donne per categoria equivalente.
Tasso di turnover del personale
Un tasso di turnover elevato segnala criticità nelle condizioni lavorative o nella cultura aziendale. Si calcola come percentuale di dipendenti che hanno lasciato volontariamente l’azienda nel periodo, sul totale della forza lavoro media.
Percentuale di fornitori valutati secondo criteri ESG
Per i fornitori di Rating, la gestione ESG della catena di fornitura è un’area di valutazione autonoma con peso rilevante. Il KPI misura la percentuale di fornitori chiave che sono stati sottoposti a una valutazione ESG formale, anche attraverso questionari standardizzati.
Indipendenza del consiglio di amministrazione
Percentuale di amministratori indipendenti sul totale dei componenti del board. È il KPI di governance con impatto più diretto sulle valutazioni di provider come MSCI, che attribuisce un peso specifico alla qualità della struttura di governo societario.
I KPI ESG per il bilancio di sostenibilità
Il bilancio di sostenibilità richiede un set di metriche più ampio e strutturato rispetto al rating, organizzato secondo i requisiti degli standard adottati. Per le aziende soggette alla CSRD il riferimento sono gli ESRS, articolati in 12 standard: 2 trasversali (ESRS 1 e ESRS 2) e 10 tematici, di cui 5 ambientali (E1-E5), 4 sociali (S1-S4) e 1 di governance (G1). Per le aziende che rendicontano volontariamente il riferimento principale è il GRI. Le PMI non obbligate dalla CSRD possono utilizzare il framework VSME sviluppato da EFRAG.
Di seguito i KPI essenziali organizzati per standard di riferimento.
Area ambientale: standard ESRS E1 e GRI 305 (2026)
Emissioni totali Scope 1, 2 e 3 in tCO₂e, con dettaglio per fonte e metodologia di calcolo. Obiettivi di riduzione allineati alla Science Based Targets initiative (SBTi), con traiettoria compatibile con gli accordi di Parigi. Piano di transizione climatica con investimenti previsti, azioni concrete e scadenze. Consumo energetico totale in MWh, distinto tra fonti rinnovabili e non rinnovabili, con intensità energetica per unità di produzione o ricavo (ESRS E1-5, GRI 302-1 (2016) e 302-3 (2016)).
Da gennaio 2027 il GRI 102 Climate Change (2025) sostituirà in larga parte il GRI 305 (2016), diventando lo standard di riferimento specifico per la rendicontazione delle emissioni e del cambiamento climatico. Le organizzazioni che rendicontano secondo GRI sono invitate ad anticiparne l’adozione.
Area ambientale: standard ESRS E3 e GRI 303 (2018)
Consumo idrico totale in m³, disaggregato per fonte: acquedotto, falda, riciclo. Intensità idrica nelle aree a stress elevato, calcolata tramite strumenti come l’Aqueduct Water Risk Atlas. Percentuale di acque reflue trattate sul totale degli scarichi idrici.
Area ambientale: standard ESRS E5 e GRI 306 (2020)
Produzione totale di rifiuti in tonnellate, distinta tra pericolosi e non pericolosi. Percentuale avviata a riciclo, riutilizzo e recupero sul totale prodotto. Questi KPI misurano l’avanzamento verso i principi dell’economia circolare.
Area sociale: standard ESRS S1 e GRI 403 (2018)
TRIR, ovvero il tasso di frequenza degli infortuni registrabili, calcolato su 200.000 ore lavorate. Ore di formazione per dipendente per anno, con disaggregazione per categoria professionale. Numero di infortuni mortali, con obbligo di disclosure separata anche in caso di valore zero.
Area sociale: standard ESRS S1 e GRI 405 (2016)
Percentuale di donne nel totale dei dipendenti, nel management e nel board. Gap salariale di genere per categoria equivalente, espresso in percentuale. Tasso di turnover volontario per categoria professionale.
Area sociale: ESRS S2 e GRI 414 (2016)
Percentuale di fornitori critici valutati secondo criteri ESG formali. Numero di audit ESG condotti nella catena di fornitura nel periodo. Questi KPI misurano la due diligence lungo la filiera, sempre più rilevante con la Direttiva CSDDD.
Area di governance: standard ESRS G1 e GRI 205 (2016)
Percentuale di amministratori indipendenti nel consiglio di amministrazione. Numero di casi di corruzione accertati nel periodo, con obbligo di disclosure anche in caso di valore zero. Percentuale di dipendenti formati su politiche anticorruzione nel periodo. Presenza e utilizzo dei meccanismi di whistleblowing, con il numero di segnalazioni ricevute e gestite.
Come selezionare i KPI giusti per la propria azienda
La lista completa di KPI possibili è molto più lunga di quella presentata in questa guida. La selezione delle metriche da monitorare e rendicontare non deve essere casuale né basata su ciò che è più facile da misurare.
Il criterio guida è la materialità. I KPI rilevanti per un’azienda manifatturiera energivora non sono gli stessi di quelli rilevanti per una società di servizi professionali. Le agenzie di rating applicano pesi diversi agli stessi indicatori a seconda del settore. Gli ESRS richiedono di rendicontare solo i temi materiali emersi dall’analisi di doppia materialità, non tutti gli standard in modo indiscriminato.
Il processo di selezione corretto segue tre passaggi. Il primo è l’analisi di materialità, che identifica i temi ESG rilevanti per il settore, per i principali impatti dell’azienda e per le aspettative degli stakeholder chiave. Il secondo è la mappatura delle metodologie di rating di riferimento, che consente di identificare quali KPI hanno maggiore peso nel calcolo del punteggio. Il terzo è la verifica della disponibilità dei dati, che stabilisce se i processi interni sono in grado di produrre quei KPI con la qualità e la frequenza necessarie.
Un sistema di KPI ben costruito con venti metriche rilevanti e ben misurate vale molto di più di una lista di cinquanta indicatori superficiali e calcolati in modo approssimativo.
KPI ESG e target: la differenza tra misurazione e gestione
Misurare un KPI non equivale a gestirlo. Un sistema di KPI ESG diventa uno strumento di gestione quando a ogni metrica è associato un target temporalmente definito, un responsabile interno e un processo di monitoraggio periodico.
Per il bilancio di sostenibilità ESRS che con il VSME, la disclosure di obiettivi di riduzione o miglioramento è esplicitamente richiesta per i temi materiali. Le aziende devono rendicontare non solo i risultati raggiunti, ma anche gli obiettivi fissati, le azioni intraprese per raggiungerli e i progressi compiuti rispetto all’anno precedente.
Per il rating ESG, la presenza di obiettivi pubblici e verificabili è un segnale di maturità gestionale che le agenzie di rating valutano positivamente. Un’azienda che fissa un obiettivo di riduzione delle emissioni Scope 1 del 30% entro il 2030, lo monitora annualmente e ne rendiconta i progressi, è valutata meglio di una che dichiara genericamente di voler ridurre il proprio impatto ambientale senza dati a supporto.
I target devono essere specifici, misurabili, temporalmente definiti e coerenti con i benchmark settoriali o con gli standard internazionali come la SBTi per le emissioni di gas serra. Target non credibili o dichiaratamente non raggiungibili espongono l’azienda al rischio di greenwashing.
La coerenza tra KPI, politiche e azioni: cosa chiedono gli ESRS e le agenzie di rating
Uno dei rilievi più frequenti nei bilanci di sostenibilità analizzati dall’ESMA nel 2025 riguarda la mancanza di coerenza tra i temi materiali dichiarati, le politiche adottate, le azioni intraprese e i KPI rendicontati. Un’azienda che dichiara il cambiamento climatico come tema materiale ma non presenta né un KPI sulle emissioni né un piano di transizione produce un bilancio formalmente corretto ma sostanzialmente incoerente.
La stessa logica vale per il rating ESG. Le agenzie di rating valutano la coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene misurato. Una politica sulla diversità senza un KPI sul gap salariale di genere è un elemento di debolezza, non di forza, nel processo di valutazione.
La struttura corretta per ogni tema materiale è: politica adottata, azioni concrete intraprese, KPI che misura i risultati, target fissato per il futuro. Questa struttura a quattro elementi, richiesta esplicitamente dagli ESRS, è anche quella che le agenzie di rating interpretano come segnale di una gestione ESG matura e sistematica.
Domande frequenti
Non esiste un numero ottimale universale. Per una PMI alle prime fasi del percorso ESG, un sistema di 15-20 KPI selezionati sulla base dell’analisi di materialità è più efficace e più credibile di una lista di 80 indicatori calcolati in modo approssimativo. La qualità e la coerenza delle metriche conta più della quantità.
In parte sì. Molti indicatori fondamentali, come le emissioni di CO₂, il TRIR e il gap salariale di genere, sono rilevanti per entrambi gli scopi. La differenza sta nella profondità richiesta: il bilancio di sostenibilità ESRS richiede disaggregazioni, metodologie di calcolo documentate e coerenza con i requisiti specifici dello standard. Il rating ESG si concentra sui valori assoluti e sui trend nel tempo rispetto ai benchmark settoriali.
I KPI operativi come consumi energetici, emissioni e infortuni dovrebbero essere monitorati almeno trimestralmente, con aggiornamento mensile per le metriche più critiche. Il report consolidato viene prodotto annualmente per il bilancio di sostenibilità e coincide con il ciclo di aggiornamento della maggior parte delle agenzie di rating.
No. Gli ESRS prevedono disposizioni transitorie che consentono di posticipare la disclosure di alcuni datapoint nelle prime fasi di applicazione, a condizione di motivare l’omissione. L’importante è avviare il sistema di raccolta fin da subito, documentare le lacune e indicare quando saranno colmate, costruendo un percorso di miglioramento progressivo credibile e verificabile.